Brescia e Milano: alla scoperta dei luoghi di Paolo VI in Lombardia

I viaggi in tutti i Continenti, il Concilio Ecumenico, le grandi encicliche indirizzate a una Chiesa in trasformazione: Paolo VI viene ricordato come un Pontefice proteso al Mondo, sensibile e attento alla condizione dell’uomo della seconda metà del XX secolo. Ma Paolo VI, che verrà canonizzato il prossimo 14 ottobre, è stato anche un Pontefice profondamente radicato nella sua terra natale, quella Lombardia che lo vide nascere e poi  per nove anni manifestare la sua azione apostolica a Milano, fianco a fianco alle diverse componenti di una Chiesa irrequieta, scossa dal vento del ’68.

Il futuro Pontefice nacque il 26 settembre 1897 a Concesio, borgo all’imbocco della Val Trompia, dove la famiglia Montini (il padre avvocato, deputato e direttore del quotidiano Il Cittadino) si stabiliva  nei mesi estivi. Formatosi nell’ambiente cattolico bresciano, Battista prese la via del Seminario fino all’ordinazione sacerdotale, che avvenne il 29 maggio 1920 nella cattedrale di Brescia.  A Brescia venne celebrata anche la Prima Messa, nel santuario di Santa Maria delle Grazie. Le prime tracce del Montini di Lombardia le troviamo perciò qui, nel bresciano. Nella bella casa di Concesio e in città, dove la piazza della cattedrale è diventata piazza Paolo VI e dove possiamo ammirare il monumento di Raffaele Scorzelli che ricorda l’apertura della Porta Santa del 1974. Un vero e proprio “libro bronzeo”, che racconta per immagini la vita di Montini ed è posto presso il secondo altare di sinistra della cattedrale.

Giovane sacerdote, Montini concluse gli studi a Milano iniziando così un rapporto intenso con una città che gli avrebbe chiesto tutto e alla quale diede tutto. Per nove anni Arcivescovo ambrosiano, il futuro Paolo VI si prodigò per riavvicinare alla Chiesa la gente, quel ceto popolare un tempo di fedeli convinti distratto dalle sirene del progresso economico e del laicismo. Per l’Arcivescovo occorrevano però passi decisi di rinnovamento anche da parte di una Chiesa troppo legata a una visione tradizionalista. E perciò bisognava “fare Missione” qui, nell’Europa cristiana, con lo stesso ardore che muoveva i missionari in Africa. Spinto da queste convinzioni, Montini ebbe l’idea (autunno ’57) di lanciare la “Missione di Milano”, una grande iniziativa pubblica realizzata in ogni ambiente sociale insieme a parrocchie, associazioni e movimenti. “La Chiesa, che è stata per noi una tradizione -disse Montini- diventi una coscienza e una forza”.  Non dimenticare nulla, nessun ambiente, nessuna persona: la Missione doveva interessare ogni luogo, meglio se in condizioni di particolare bisogno. Come per esempio la realtà della Bassa, fatta di cascine, contadini e povertà, una periferia, direbbe oggi Papa Francesco, in cui don Luigi Giussani mandava ogni fine settimana i ragazzi di Gioventù Studentesca per fare compagnia alle famiglie e ai loro figli, attività che Montini apprezzava moltissimo e che ebbe modo di incoraggiare.

Eletto Papa, Battista Montini ebbe per molti anni come segretario Monsignor Pasquale Macchi, varesino, che proprio a Varese volle creare la Fondazione Paolo VI, col compito di promuovere iniziative culturali e di restaurare le Cappelle del Sacro Monte, altra località a questo punto da annoverare tra i luoghi montiniani di Lombardia. Da notare che all’esterno del Santuario si trova una statua di Paolo VI, realizzata da Floriano Bodini. “Penso che la tua opera -scrisse Macchi a Bodini- è destinata a ricordare Paolo VI per ora ai contemporanei e poi ai posteri. Quindi deve aiutare a conoscerlo e a scoprire la sua natura profonda, umana e religiosa. Dovrebbe essere un’opera che sia una generosa sfida: per chi ha interpretato Paolo VI come un Papa triste, mentre era serio e pensoso di fronte a mille problemi del suo e del nostro tempo; per chi ha giudicato Paolo VI un Papa equivoco ed incerto, mentre era consapevole delle diverse e contrastanti situazioni; per chi ha interpretato Paolo VI come Papa di parte, mentre era tutto proteso ad operare per la pace e la composizione dei diversi conflitti, con pazienza e personale sacrificio”.

Per l’ultima tappa torniamo a Milano, per fare visita al reliquiario della scuola di arte sacra Beato Angelico, che conserva la maglietta insanguinata indossata dal Pontefice nel momento dell’attentato subito  nel 1970 nelle Filippine. Un episodio che Montini non volle mai enfatizzare, a riprova del suo stile sobrio e mite, di uomo pensoso sì, ma dedito anche all’azione e alla concretezza. La personalità di Paolo VI, le sue parole e opere -che la prossima canonizzazione ci invita a riscoprire a distanza di tanti anni- ci trasmettono una figura interessantissima e sorprendente, dalla profondissima spiritualità.