Giornata mondiale dell’Ambiente: cos’è l’impronta ecologica e come renderla meno “pesante”

Il rapporto dell’uomo con il suo ambiente è stato, fin dagli albori, un rapporto fortemente attivo, creativo e manipolativo. L’azione umana, l’uso degli strumenti, il pensiero strategico a largo raggio, tipico della specie, hanno  modificato profondamente l’habitat, tanto da introdurre, oggi, qualche preoccupazione per il futuro del pianeta.

Questa consapevolezza, ovvia e condivisa, si è concretizzata, nel 1990, in un concetto, quello di “impronta ecologica” che dà origine a un parametro misurabile. La definizione è stata  coniata da Mathis Wackernagel e William Rees dell’Università della Columbia Britannica (vedi il volume Our Ecological Footprint, del 1996) –

Il valore numerico dell’ ”impronta” corrisponde alla misura di quanta superficie – espressa in ettari di terra  fertile (quindi di terra e acqua)-  la popolazione umana necessita per produrre, con la tecnologia disponibile, le risorse che consuma e per assorbire  rifiuti prodotti. Tanto più è alto l’indice, tanto maggiore sarà l’impatto sull’ambiente e tanto più accelerato il consumo delle risorse disponibili.
Non è difficile immaginare che l’Europa si collochi  in un range medio di impatto, per cui ad un cittadino europeo servono mediamente 4,31 ettari di terra e relativa acqua per produrre il suo sostentamento (in Italia 3,08 ettari) : E’ molto minore l’impatto di un abitante del continente africano (1,32 ettari), mentre è maggiore l’indice dell’America del Nord (8,39) e dell’Oceania (9,02).

Poiché a definire il parametro concorrono indicatori quali l’estensione dei terreni per l’allevamento, le porzioni di mare per la pesca, le superfici  destinate alla produzione di legname e la superficie edificata, ne deriva che un minor consumo di carne, per esempio, contribuisce ad abbassare il “peso” dell’impronta,  poiché la  produzione di un solo chilogrammo di carne richiede da 7 a 16 chilogrammi di mangime e di conseguenza, in proporzione, anche più superficie ed energia rispetto ai prodotti di origine vegetale. Allo stesso modo vi contribuiscono abitudini come il riciclo dei materiali, l’adottare strategie virtuose nelle scelte relative ai trasporti e agli spostamenti e la lotta agli sprechi.
Ciascuno di noi può verificare quale è il la sua personale “impronta ecologica” calcolandone l’indice con un semplice programma (https://bit.ly/2kNMPmE), che contiene anche suggerimenti per migliorare il proprio contributo alla salvaguardia dell’ambiente.

Per quanto riguarda, ad esempio, lo spreco alimentare, da un’indagine di un paio di anni fa (promossa dal Politecnico di Milano e dalla Fondazione Banco Alimentare “Surplus Food Management Against Food Waste) si apprende che sono  5,1 milioni  le tonnellate di cibo sprecato in Italia ogni anno. Il  valore del cibo che viene sprecato  si calcola in 12,6 miliardi €/anno, pari a 210 euro l’anno per persona. I costi di smaltimento dei rifiuti  ammontano a  circa 80-100 €  a tonnellata.
Al proposito, è del 2015  la legge varata dal Consiglio regionale ( la numero 34 del 6 novembre ) Per la tutela e la “promozione del diritto al cibo” e dello stesso anno  il   Progetto regionale “Reti Territoriali Virtuose Contro lo Spreco Alimentare”. L’obbiettivo che si è data la Lombardia è la riduzione del 50% dello spreco alimentare  entro il 2025.
La Legge  nazionale 166/2016 “Disposizioni per la limitazione dello spreco di cibo”, dal canto suo, introduce chiarimenti e attua una serie di semplificazioni burocratiche per le donazioni di alimenti.